Morte in discoteca

 

info-droghe-alcool.jpg Un altro giovane morto per droga.  Nakky Di Stefani di 19 anni è stato trovato morto, l’autopsia dice che un cocktail di droghe gli ha causato un edema cerebrale che lo ha portato al decesso. Mancando ancora un approfondimento sull’esame tossicologico, si è comunque certi che nel suo sangue quantomeno vi fossero tracce di marijuana ed extasy.

E’ una notizia che da grande dolore a tutti che i media dovrebbero porre sotto un silenzioso rispetto nei confronti del defunto e dei suoi cari. Tuttavia penso che per altre ragioni sia il caso di parlarne. Principalmente per rispetto di quelle decine di migliaia di giovani che quotidianamente rischiano di fare la fine del povero Nakky.

Trovo ipocrita il tono dei media che intervistano i genitori disperati: “l’hanno ammazzato”, dicono. Tuttavia, a patto che qualcuno, gli abbia somministrato di nascosto droghe o veleni, come a quanto sembra succede in alcuni locali,  Nakky come tanti altri si è fatto male da solo.E’ la triste verità di molti ragazzi persi, confusi, fragili, malconsigliati.

Il problema è che qualcuno gli ha consentito di rischiare la propria vita perdendola. Nakky, come tanti, spesso ancora più giovani, ha scelto di fare uso o abuso di droghe, alcol, stimolanti o quantaltro e gli è stato consentito.

I genitori, i gestori dei locali, i suoi amici, la società, le forze di controllo e prevenzione l’hanno consentito. Sennò non si spiegherebbe come alcuni locali siano recidivi, anzi siano noti luoghi abituali dove avvengono episodi di abuso da alcol e stupefacenti.

Lo sanno tutti, anche ragazzi di 14-15 anni che li frequentano  consapevoli che il superalcolico, puntualmente servitogli senza tante storie sulla loro minore età, se lo devono bere tutto d’un fiato prima che qualcuno gli infili dentro qualche sostanza.  Sanno che se sei andato o collassato ti sbattono come un sacco nello sgabuzzino fuori dal locale per non spaventare gli altri.

Lo sanno anche i volontari delle autoambulanze che tutti i weekend passano all’alba fuori dai piazzali dei locali per raccogliere i collassati sperando di non trovarli in coma.

Non possono non saperlo le forze di polizia che forse preferiscono sapere concentrate in pochi locali le zone di spaccio e di abuso, piuttosto che tenere d’occhio l’intera provincia.

Ovviamente lo sanno i gestori dei locali i quali per interesse commerciale non possono evitare quel che accade. Divenendo intolleranti dovrebbero chiudere bottega e tutto sommato il fenomeno emigrerebbe al locale rivale.

Forse gli unici a non vedere e non sapere, non capire sono i genitori. Genitori che troppo spesso incensano la luce dei loro occhi, facendosi accecare, o magari incapaci di capire come la società oggi ai giovani tende molte più insidie che nel passato. Genitori che accusano gli altri di omicidio non riuscendo a capire che un delinquente c’è, quello che ha spacciato, ma non è l’unico colpevole.

Può sembrare cinico, ma a mio parere quello che i genitori definiscono omicidio, in realtà è forse più vicino a un suicidio o ad un’eutanasia assistita dove tutto il sistema concorrere a spegnere o a lasciare spegnere le preziose vite dei ragazzi, abbandonati nelle loro angosce private, senza che qualcuno li ascolti veramente, che li guidi trovandogli un senso all’esistenza, che li sappia consigliare su quali siano i punti di non ritorno da evitare nella loro sete di vita e sperimentazione. E che, questo è pure vero, senza qualcuno che sappia fermare i delatori di morte chimica e ridurli all’impotenza.

Guardiamoci intorno, per Nikki e tutti coloro giovani e meno giovani che ci stanno intorno al limite della disperazione anche meno apparente. Forse però occorre guardarsi allo specchio, il capro espiatorio non può essere solo un disperato spacciatore di periferia o un anonimo trafficante di droga: tutti dobbiamo fare qualcosa perché ciò non si ripeta con questa drammatica frequenza.

Articolo dell’Eco di Bergamo

Morte in discotecaultima modifica: 2012-05-04T10:34:00+02:00da marcutioo
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