04/05/2012

Morte in discoteca

 

info-droghe-alcool.jpg Un altro giovane morto per droga.  Nakky Di Stefani di 19 anni è stato trovato morto, l’autopsia dice che un cocktail di droghe gli ha causato un edema cerebrale che lo ha portato al decesso. Mancando ancora un approfondimento sull’esame tossicologico, si è comunque certi che nel suo sangue quantomeno vi fossero tracce di marijuana ed extasy.

E’ una notizia che da grande dolore a tutti che i media dovrebbero porre sotto un silenzioso rispetto nei confronti del defunto e dei suoi cari. Tuttavia penso che per altre ragioni sia il caso di parlarne. Principalmente per rispetto di quelle decine di migliaia di giovani che quotidianamente rischiano di fare la fine del povero Nakky.

Trovo ipocrita il tono dei media che intervistano i genitori disperati: “l’hanno ammazzato”, dicono. Tuttavia, a patto che qualcuno, gli abbia somministrato di nascosto droghe o veleni, come a quanto sembra succede in alcuni locali,  Nakky come tanti altri si è fatto male da solo.E’ la triste verità di molti ragazzi persi, confusi, fragili, malconsigliati.

Il problema è che qualcuno gli ha consentito di rischiare la propria vita perdendola. Nakky, come tanti, spesso ancora più giovani, ha scelto di fare uso o abuso di droghe, alcol, stimolanti o quantaltro e gli è stato consentito.

I genitori, i gestori dei locali, i suoi amici, la società, le forze di controllo e prevenzione l’hanno consentito. Sennò non si spiegherebbe come alcuni locali siano recidivi, anzi siano noti luoghi abituali dove avvengono episodi di abuso da alcol e stupefacenti.

Lo sanno tutti, anche ragazzi di 14-15 anni che li frequentano  consapevoli che il superalcolico, puntualmente servitogli senza tante storie sulla loro minore età, se lo devono bere tutto d’un fiato prima che qualcuno gli infili dentro qualche sostanza.  Sanno che se sei andato o collassato ti sbattono come un sacco nello sgabuzzino fuori dal locale per non spaventare gli altri.

Lo sanno anche i volontari delle autoambulanze che tutti i weekend passano all’alba fuori dai piazzali dei locali per raccogliere i collassati sperando di non trovarli in coma.

Non possono non saperlo le forze di polizia che forse preferiscono sapere concentrate in pochi locali le zone di spaccio e di abuso, piuttosto che tenere d’occhio l’intera provincia.

Ovviamente lo sanno i gestori dei locali i quali per interesse commerciale non possono evitare quel che accade. Divenendo intolleranti dovrebbero chiudere bottega e tutto sommato il fenomeno emigrerebbe al locale rivale.

Forse gli unici a non vedere e non sapere, non capire sono i genitori. Genitori che troppo spesso incensano la luce dei loro occhi, facendosi accecare, o magari incapaci di capire come la società oggi ai giovani tende molte più insidie che nel passato. Genitori che accusano gli altri di omicidio non riuscendo a capire che un delinquente c’è, quello che ha spacciato, ma non è l’unico colpevole.

Può sembrare cinico, ma a mio parere quello che i genitori definiscono omicidio, in realtà è forse più vicino a un suicidio o ad un’eutanasia assistita dove tutto il sistema concorrere a spegnere o a lasciare spegnere le preziose vite dei ragazzi, abbandonati nelle loro angosce private, senza che qualcuno li ascolti veramente, che li guidi trovandogli un senso all’esistenza, che li sappia consigliare su quali siano i punti di non ritorno da evitare nella loro sete di vita e sperimentazione. E che, questo è pure vero, senza qualcuno che sappia fermare i delatori di morte chimica e ridurli all’impotenza.

Guardiamoci intorno, per Nikki e tutti coloro giovani e meno giovani che ci stanno intorno al limite della disperazione anche meno apparente. Forse però occorre guardarsi allo specchio, il capro espiatorio non può essere solo un disperato spacciatore di periferia o un anonimo trafficante di droga: tutti dobbiamo fare qualcosa perché ciò non si ripeta con questa drammatica frequenza.

Articolo dell'Eco di Bergamo

14/04/2012

Ikea punta sul made in Italy.

malm-cassettiera-con--cassetti__25869_PE099435_S4.jpgC’è da sperare che gli svedesi abbiano la vista lunga e buon senso. In tal caso significherebbe che l’Italia può avere ancora appeal per prodotti di qualità e di artigianato. Questo è quanto si può desumere dalla decisione di Ikea di trasferire in Italia l’acquisto dei propri articoli. La cosa che può apparire assurda è che mentre in Italia gli imprenditori da anni fanno a gara a chi riesce a trasferire la produzione all’estero, in particolare in oriente, è proprio dall’Asia che Ikea retrocede attratta da un miglior rapporto qualità prezzo. E’ molto interessante a tale proposito l’articolo del corriere sotto riportato nel quale emerge a fronte di aumenti nel osto del lavoro in Asia, i controlli qualitativi sui reclami hanno dimostrato come il lavoro italiano brilli in qualità ed efficienza, contribuendo anche all’immagine di Ikea.

Articolo del Corriere.it

29/03/2012

IKEA o non IKEA?

 

Ikea_Catalogo.jpgIn questo interessante ritratto dell’avanzare della multinazionale svedese dell’arredamento IKEA nel nostro paese, si sottolinea come purtroppo nel modo tutto italiano di gestire i fenomeni, l’IKEA stessa sia diventanta un fenomeno che influenza la nostra economia e la nostra politica.

E’ vero che gli svedesi stanno sbaragliando il campo, con un potente marketing, un appeal straniero, unito a design piacevole e la possibilità di montarsi da soli i mobili in casa ed infine prezzi concorrenziali. Chi va spesso all’IKEA ha imparato che non è tutto oro quello che luccica, sicuramente però i vantaggi spesso valgono la scelta di un giro nelle loro imponenti strutture commerciali.

Per me la novità è che il sistema italiano, dotato di buoni mobilieri non sia stato all’altezza di produrre un alter ego a questa forza commerciale, opponendo una nostrana di design italiano a basso costo. Sino ad oggi ho pensato che non fosse possibile perché per noi i costi di produzione sono fuori mercato, ma in realtà l’articolo ci informa che oramai i produttori per IKEA sono artigiani italiani che fieramente lavorano  per gli svedesi anche se a margini di profitto bassissimi.

Quindi mi chiedo perché noi italiani non siamo in grado di fare qualcosa per conto nostro?

L'articolo del Corriere.it

 

 

 

19/03/2012

Uova bio-tech contro le allergie: e il naturale?

Foto_uovo_struttura.jpgImportante scoperta giunta dall'Australia: i rcercatori sono riuscito a produrre uova anallergiche, o meglio a "produrre" galline in grado di depositare uova le cui proteine risultino capaci di generare allergie.

La notizia secondo me torna a far riflettere sul questio che grava sulla ricerca ormai da anni. Da un lato in molti casi permette di migliorare la condizionedell'uomo, ma dall'altro va a stravolgere la natura delle cose. Un compromesso sempre giusto da perseguire?

La notizia dal corriere.it

10/03/2012

Leggere di più o leggere meglio?

 

narrazione_b.jpgSembra quasi un quesito filosofico: meglio leggere qualsiasi  cosa pur di leggere, oppure è meglio meno letture (e lettori) o addirittura non leggere, ma finalizzate a una letteratura di qualità? La questione sollevata polemicamente in questi giorni da Pietro Citati, a cui ha replicato Giorgio Faletti riportata più ampliamente dal Corriere della Sera, come spesso accade è quasi prettamente di gusto, se non proprio di pura ideologia nei confronti dell'arte. Citati attacca gli scrittori di bestsellers facendo i nomi di Faletti, Dan Brown e  Coehlo, suggerendo che sia meglio non leggerli che leggere in generale.

 

Dura e ironica la replica di Faletti che però forse esagera nel paragonarsi a Totò. E’ pur vero che tra coloro accusati di essere commerciali (troppo commerciali?) ci sono e ci sono stati grandi personaggi dello spettacolo e della letteratura.

Senza addentrarmi in una spinosa questione che valuta la qualità di un'opera artistica, la quale può essere a sua volta un aspetto estremamente soggettivo, io devo dichiararmi del partito di chi vuole incentivare la lettura ad ogni costo.

Se un Harmony, libro estratto da un film di successo o una qualsiasi pubblicazione goda di privilegi commerciali permettono l’accesso alla lettura ad un maggiore numero di cittadini, questo non può che essere un bene per la qualità culturale di un paese. Dal bambino, alla casalinga, all’anziano, certe difficoltà all’approccio alla lettura sono dovuti proprio alla complessità inappetibile di molti testi, ma l’imparare a leggere permette oltre a un sano intrattenimento, anche di introiettare lingua, vocaboli, meccanismi , vissuti, e soprattutto abituare alla lettura. Spesso da qui parte una passione che può portare ad affrontare la lettura e le letture in modo più critico e consapevole, fino a spaziare alla ricerca  dei propri interessi in varie aree letterarie, magari  anche più ricercate e colte.

L'articolo del Corriere. qui